Quassù

 

Quassù, sopra la mia testa, c’è solo la volta nera vuota bruciante della notte. Nessun essere vivente sopra di me, nessun cuore che batte, nessun’anima che volteggia, tranne forse quella di qualche uccello coraggioso. Ma non vedo uccelli quassù. E i miei occhi sono buoni. Scuri e acuti come la notte. Niente uccelli, niente ali. L’aria è calma e ferma. Disabitata. Quando ero piccola, la nonna mi diceva sempre che tutti i suoi figli si erano trasferiti in cielo. Sono venuta quassù per incontrarli. Ma notte dopo notte non li vedo. E neppure li sento. Forse non sono riusciti a comprare i documenti, a passare i confini e sono rimasti a dormire nel cielo honduregno. La gente di Bologna, invece, dorme tutta sotto di me. Riesco a udire le sue voci e i suoi respiri perfettamente. Fff, sss. Fff, sss. Mamma, ho sete, portami un bicchier d’acqua. Lavati i denti, da brava. Oh, sì, ora, ora, vengo ora. Non subito, amore. Te l’avevo detto che glielo mettevamo in culo al primo turno. Come mai tutta sola da queste parti? Un altro bianco, Mario. Bella macchina, è nuova? Dio mio, giudicami dalle mie intenzioni, non dai miei peccati. Adesso e nell’ora della nostra morte. Fff, sss... Presto le voci si spegneranno e riuscirò a distinguere solo i respiri. Scriiiic, qualche auto che inchioda. Bzzz, la vita dei lampioni. Questo è il momento che adoro di più. Me lo gusterò per un po’. Poi anch’io scenderò a dormire. Perché la notte è tesoro, ma la giornata a casa della vecchia signora è lunga. E faticosa.

   Finora la mia vita è cambiata due volte. La prima quando, tra le braccia di mia madre, ho preso la nave di ferro e sono venuta in Italia. Ma non ho voglia di ricordarla adesso. La seconda qualche anno più tardi, quando ho fatto via Lenin di corsa fino in fondo e ho trovato l’ascensore e la terrazza. Questa è bella da raccontare. Era ottobre, se a qualcuno interessa, e io correvo per strade straniere. Le conosco molto meglio ora. Da quassù poi riesco a leggere la città come una mappa: la corona di spine dei viali, spezzata dalle porte che tra i nomi dei santi so recitare a memoria come un rosario, dodici come gli apostoli, dodici come la ruota dei mesi e dei segni… Maggiore, Santo Stefano, Castiglione, San Mamolo, Saragozza, San Isaia, San Felice, Lame, Galliera, Mascarella, San Donato, San Vitale… le ferite di Marconi e Indipendenza, dritte come le lance nel costato, il vorticare delle vie scure ai piedi del compasso, le cento torri mozzate, la fuga della via Emilia, l’arrampicarsi di Siepielunga, Osservanza e Casaglia per i colli, il sangue verde del cortili interni, l’aprirsi a cuore di Margherita, Lunetta e tutti gli altri parchi…

   Dicevo, era ottobre e le foglie giallobrune sotto i piedi facevano un buffo rumorino, cic, cic, come quando ero bambina e scalpicciavo nelle pozze di fango del cortile. Correvo perché mi piace correre e correvo perché non potevo più rimanere tra quattro mura sola insieme a Pino. Pino è l’italiano con cui vive mia madre. E’ basso, ha spalle larghe e un cattivo odore. Correvo perché alla fine avevo deciso di non andare dalla polizia. E il silenzio di mia madre era tutto sollievo e gratitudine. Sì, certo, l’ho capito benissimo che era sollevata anche se non mi ha mai detto niente. L’ho capito perché il giorno dopo mi ha comprato un vestito. Rosso e aderente sui fianchi. Non l’ho mai indossato. Ma non è stato per amore di mia madre che non sono andata dalla polizia. E neppure per paura di Pino. Non ci sono andata solamente perché da quando ho fatto il lungo viaggio ho paura dei poliziotti.

   Dunque quel giorno correvo e forse un po’ piangevo anche. E improvvisamente ho visto la grande porta, le alte vetrate girevoli. Le vetrate ballavano il valzer con il vento d’ottobre. Giravano, giravano e nessuno entrava e usciva. Giravano, giravano e io sono rimasta a guardarle girare in silenzio. Questa. E’. Bellezza. Pensavo, mentre la mia faccia appariva e scompariva sui vetri. Questa. E’. E le vetrate, credo, mi hanno sentita, perché mi hanno risposto. Vieni, vuusc, dentro. Vieni, vuusc, dentro. Ma non posso, ho protestato, è un grande albergo elegante, mi manderanno via. Vuusc, vieni, hanno insistito. E io sono andata. Solo per una breve danza con la porta girevole, mi dicevo per farmi coraggio salendo i gradini, non metterò neppure un piede dentro l’albergo. Ma mentre stavo volteggiando come l’uccello della favola nella gabbia di cristallo dell’imperatore, i miei occhi hanno incontrato quelli del fattorino che porta i bagagli su con l’ascensore. Sorrideva e mi ha fatto un impercettibile cenno con la mano. Forse non l’ha fatto davvero, non l’ho mai verificato, ma il punto è che io quel cenno l’ho visto. E ho ricominciato a correre. Verso l’ascensore, occhi bassi. Il tappeto rosso era una freccia che mi indicava la direzione sugli scintillanti rombi bianchi e neri del pavimento. Rosso. Bianco. Nero. Non scorderò mai quel giorno. Questo è il posto che mi è destinato, questo posto ha i colori del potere, pensavo con gli occhi bassi. Quando ero piccola, la nonna mi ripeteva sempre che l’inferno è nero, il paradiso è bianco, ma il colore degli uomini è il rosso: rosso come il sangue che lastrica le strade dell’odio che portano dalla terra all’inferno; rosso come il sangue che lastrica le strade dell’amore che portano dalla terra al paradiso. Arriva fino al diciottesimo piano, mi dice orgoglioso il fattorino dell’ascensore pigiando il bottone più alto, mentre la porta lentamente si chiude.

   Quello è stato il giorno in cui ho trovato la terrazza e il cielo.

   Da quel giorno ho incominciato a venire qui tutte le notti che avevo voglia di piangere. Poi tutte le notti. Le persone nella grande hall elegante non mi notano nemmeno più. Secondo me pensano che sia la fidanzata del fattorino dell’ascensore. Credo che il fattorino dell’ascensore sia contento di quello che pensano. Quasi quasi lo pensa anche lui.

   Rosvita, canta tutte le volte che mi vede, amor de mi vida. In realtà non sa per davvero lo spagnolo, ma l’italiano, mi assicura con la sua voce infantile, gli assomiglia parecchio. Tutte le volte che mi vede ripete sempre le stesse cose: amore mio, prima o poi ti comprerò un piccolo albergo sul mare, lo gestirò con cura e tu preparerai buoni piatti piccanti per i nostri abbronzati clienti e ci sposeremo e ti farò l’amore tutte le notti. Almeno fino a quando non avrò settant’anni. Poi non lo so se riuscirò a farti l’amore ancora…

   E’ un sacco d’amore, gli rispondo tutte le volte con un sorriso, quando arriviamo al livello del quindicesimo piano.

   Saremo ricchi e felici, mi grida dietro le spalle, mentre corro fuori dall’ascensore e mi getto su per quell’ultima rampa di scale che mi separa dal cielo.

   Strano, ricordo di aver pensato una volta, non parla mai di figli. Non è un cattivo ragazzo, ma ride con la bocca e ha gli occhi tristi. Un giorno o l’altro cambio lavoro, mi ha detto una notte e quella è stata l’unica volta che la sua bocca non rideva. Ma io non gli ho creduto granché e, mentre salivo l’ultima rampa di scale, non sentivo nemmeno più le sue parole. Avevo già puntato i miei occhi scuri e acuti alla notte e scrutavo il cielo. Avevo già sintonizzato le mie orecchie piccole e morbide sulle voci e sui respiri che trasudano dai tetti di Bologna come grassi segnali di fumo dalle alture.

   Vengo qui ogni notte per incontrare mia nonna, mio padre e i suoi quattro fratelli. Ormai non ricordo più nemmeno tutti i loro nomi. Ma non sono ancora riusciti ad arrivare fino al cielo bolognese. Oppure, penso a volte, è una bugia che si sono trasferiti in cielo.

   Nella casa di gesso bianco a Comayagua, la nonna mi raccontava sempre le bizzarre avventure dei suoi cinque figli ribelli. Mi raccontava storie e bugie sul letto arrugginito sotto la finestra. Fuori dalla finestra, nel cortile polveroso battuto dal sole c’era un cactus con un unico gigantesco fiore rosso. Mi torna in mente tutte le volte che mi inizia il ciclo. Sul letto c’era una coperta rossa con i disegni bianchi e neri degli indigeni dimenticati. I muri puzzavano di vecchio tabacco e pioggia. I muri puzzavano di vecchia polvere di tabacco, tequila rovesciata e pioggia.

(inedito, scritto per lo spettacolo di Margaret Collina "Inchiostri su Bologna", Villa Spada 2005)

  

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